Progetti worldwide

Una conversazione a ruota libera con Roberto Gavazzi, da quasi 30 anni amministratore delegato di Boffi: dai successi del suo gruppo al ruolo centrale rivestito oggi dalla distribuzione, dall’acquisizione di De Padova all’importanza di Milano nella diffusione internazionale della cultura del design

 

Intervista di Gilda Bojardi – A cura di Andrea Pirruccio

 

Molte aziende del design italiano hanno iniziato la loro attività partendo dal settore dell’arredo casa, per poi approdare ad ambienti più ‘tecnici’ come il bagno e la cucina. Lei invece, con l’acquisizione di De Padova e poi di MA/U Studio, ha compiuto il tragitto opposto: quali gli obiettivi strategici dietro questa scelta?
Il percorso imboccato anni fa da Boffi prevedeva proprio questo: vale a dire l’idea di non limitarsi al mestiere tradizionale e al singolo prodotto, ma di ragionare in termini di progetto di azienda. Potevamo decidere se restare specialisti di un settore dell’arredamento o, viceversa, allargare il fronte e diventare un provider di soluzioni.
La direzione che abbiamo intrapreso (e che consideriamo la più evoluta) ci porta a competere concept contro concept anziché prodotto contro prodotto. Partendo da queste considerazioni, abbiamo ampliato il nostro orizzonte iniziando da quei prodotti che l’azienda già trattava, seppur parzialmente, ma rilanciandoli in maniera specifica e dedicata, con una serie di investimenti mirati che sono culminati con l’acquisizione di De Padova.

Lei è alla guida di Boffi da quasi 30 anni; tracci un rapido bilancio, pensando alle principali trasformazioni che il mondo dell’arredo italiano ha registrato in questo periodo.
La maggiore differenza risiede nel fatto che, un tempo, le aziende presentavano singoli elementi che potevano anche dare l’idea di una collezione compiuta, ma alle cui spalle non si leggeva una visione coerente. Negli anni, questo modo di pensare si è fatto anacronistico.
Oggi è necessario avere un progetto d’azienda al cui interno includere tutto: distribuzione, marketing, processo produttivo. La stessa produzione, infatti, richiede un modello variabile, che prevede di creare all’interno ciò che si è effettivamente in grado di realizzare, e di acquistare il resto dai migliori fornitori. C’è da dire che, sotto questo aspetto, noi siamo fortunati perché possiamo contare sullo straordinario network di produttori presente in Brianza.

Quella dell’internazionalità rappresenta una vera e propria sfida competitiva per le maggiori aziende del comparto. Come la sta affrontando Boffi Group? E com’è distribuita la vostra presenza nelle diverse aree geografiche?
La crescita internazionale è diventata obbligatoria, limitarsi al mercato italiano non è più sufficiente. Al mio ingresso in Boffi, l’azienda era molto poco presente all’estero, tanto che la sfida principale è stata quella di portarla in tutto il mondo. Questa diffusione internazionale ci ha aiutato a costruire una base di distribuzione, la stessa su cui oggi possiamo innestare lo sviluppo di MA/U Studio, e che ci ha consentito di portare De Padova in 60/70 Paesi del mondo.
Per quanto riguarda la nostra presenza all’estero, l’Europa è un’area che copriamo da tempo e che rappresenta circa il 40% della nostra attività (il 65% se includiamo anche l’Italia); in America siamo sulla buona strada (25/30%), mentre possiamo ancora crescere in un mercato complesso come quello asiatico (che attualmente rappresenta il 15%). Ma queste cifre cambiano rapidamente, anche in relazione allo sviluppo del mercato contract.

A proposito di Asia, il mercato cinese rappresenta sicuramente un’importante scommessa, ma quali rischi comporta?
La Cina è un Paese su cui vale sicuramente la pena scommettere. Al momento abbiamo un partner che possiede un unico negozio Boffi/De Padova a Shanghai, e a breve ne inaugurerà uno a Shenzhen. Operiamo in Cina da oltre dieci anni e siamo molto prudenti, perché cerchiamo partner affidabili, colti e preparati. All’apertura di un negozio, si deve sempre aggiungere molta formazione, tanto contenuto… Ma la Cina è ovviamente una realtà. Anzi, direi una necessità.

Le politiche distributive cambiano in relazione ai diversi Paesi? Che importanza attribuite all’aspetto della distribuzione?
Ci si adatta, pur partendo sempre da un dato comune, perché la Ferrari comprata a Pechino è la stessa che si può acquistare a New York. E in ogni caso, ovunque si trovi il cliente, noi gli garantiamo una flessibilità enorme. In merito alla distribuzione, il nostro gruppo si regge su tre gambe: Boffi, De Padova e Boffi Trade. Quest’ultima è l’azienda che raggruppa i nostri 25 negozi nel mondo (oltre 11mila metri quadri di superficie complessiva, 120 persone impiegate in 10 Paesi), e che da sola fattura 60 milioni. Siamo diventati più grandi nella distribuzione che nella produzione. Abbiamo iniziato a creare i negozi alla fine degli anni Novanta.
Quello di Solferino è stato il nostro secondo showroom dopo quello di Parigi, ma ha rappresentato il riferimento per i successivi. Anche gli altri monomarca nel mondo seguono lo schema assunto dallo store di Solferino, con una presenza più cospicua della produzione Boffi e una ‘quota’ dedicata a De Padova che varia da un 20 fino a un 40%.
Poi, nelle città per noi più strategiche (Milano, Parigi, Londra e New York), vogliamo essere presenti anche con un secondo negozio a prevalenza De Padova: lo abbiamo già a Milano, New York e Parigi, e presto anche a Londra. Esistono anche dei monomarca De Padova nel mondo: a Osaka, Johannesburg e Istanbul. Ne stiamo aprendo uno a Seoul e stiamo pensando di realizzarne altri, sempre in Asia.

Proprio Boffi Solferino, che compie 20 anni quest’anno, è lo showroom che ha fatto da apripista per il comparto dell’arredo nel quartiere di Brera. Ma qual è il ruolo ricoperto da Milano come riferimento del settore design?
Milano ha assunto una veste internazionale che è importante in linea generale, ma che diventa fondamentale per il design grazie a quei due straordinari strumenti di marketing rappresentati dal Salone del mobile e, soprattutto, dal FuoriSalone. Per questo riteniamo fondamentale essere così presenti su Milano: tra lo spazio di Solferino e quello di Santa Cecilia copriamo circa 3000 metri quadri di superficie espositiva. In aprile, in via Solferino transitano 40mila persone ogni anno, il 10% dei visitatori della fiera… In Santa Cecilia – che è in fondo a una strada senza uscita ed è aperto da appena tre anni – circa 10mila persone.

Qual è il fatturato attuale del Gruppo?
Nel 2017 abbiamo fatturato 93 milioni di euro, 91 l’anno precedente. Nel 2018 vorremmo avvicinarci ai 100 milioni. Per i prossimi cinque anni l’obiettivo non sarà tanto quello di incrementare i fatturati, bensì di crescere nella maniera che reputiamo giusta e che ci permetta di continuare a offrire ai nostri clienti un progetto esclusivo.
Quello di superare i 100 milioni è un traguardo auspicabile, sia perché ci permetterebbe di avere le risorse necessarie per continuare a realizzare i nostri negozi, sia perché ci garantirebbe una ricerca sul prodotto sufficientemente aggressiva da attirare i manager che ci servono. Ecco perché l’obiettivo che mi pongo per i prossimi anni è di raggiungere un fatturato tra i 100 e i 150 milioni.

Chiudiamo parlando di creatività. Ci parli del suo lavoro di scouting e del rapporto con un designer del livello di Piero Lissoni.
La parte creativa per noi è un aspetto cruciale, che affrontiamo con un team interno composto da me, da Enrico Boffi (Director Research & Development) e da Chiara Tombari (Style & Design Director). Noi ci interfacciamo con Piero Lissoni, che deve fornirci gli stimoli e le provocazioni di una mente libera come deve essere quella di un art director esterno. Io e il mio team facciamo molto lavoro di scouting e ricerca, non rivolta esclusivamente ai giovani.
Quest’anno, per De Padova, abbiamo messo insieme un mix di designer affermati e altri meno noti: Omi Tahara, Elisa Ossino, GamFratesi e Keiji Takeuchi. Alle novità, abbiamo aggiunto alcune riedizioni, tra cui una a firma Paolo Tilche (figura centrale nella cultura progettuale degli anni Cinquanta, fondatore di Arform e tra i primi divulgatori del design nordico in Italia, ndr). L’acquisizione di MA/U Studio ci ha anche portato a lavorare con un designer scandinavo molto brillante ma poco conosciuto ai più, come Mikal Harrsen. Ci piace molto muoverci in questa direzione, miscelando novità e suggestioni che arrivano dal passato.