Plastica? Sì grazie

Non più solo prototipi ma prodotti sostenibili per l’industria. Crescono le aziende dell’arredo che puntano ai materiali post-consumo
e biobased. In un’ottica di economia circolare, con qualche limite da superare e tante potenzialità da sviluppare

 

di Valentina Croci

Un sistema economico circolare è capace di rigenerarsi da solo perché tutte le attività, dall’estrazione delle fonti energetiche alla produzione, sono strutturate affinché i rifiuti di un’impresa siano le risorse per qualche altra. Le teorie non sono nuove, ma attuale è l’attenzione che stanno sollevando in molteplici discipline.

Il design può avere un ruolo chiave nella progettazione di nuovi processi di produzione e nell’applicazione di materiali post-consumo. Dal 2016, anno in cui si è tenuta in Svezia la prima conferenza specificatamente dedicata, i cosiddetti materiali circolari costituiscono una particolare branca di studio.

A questi è dedicato il recente libro Neomateriali nell’economia circolare, a cura di Material ConneXion, che spiega quanto l’adozione di pattern di circolarità influenzerebbe lo sviluppo economico in Europa.

Ma di quali materiali si tratta? Di biobased come i biopolimeri, ossia materiali di origine vegetale o comunque biologica, costituiti da componenti organiche e rinnovabili; di materie provenienti dai rifiuti urbani e industriali, estratti attraverso filiere ormai consolidate; di scarti fino a oggi non riciclabili e destinati a discarica o stoccaggio, quali pannolini o mix plastici che, grazie all’evoluzione tecnologica, possono rientrare nel ciclo produttivo come materie prime.

La sfida nei processi di riciclo è l’efficienza: la riduzione della durata e della complessità, il calo dei consumi energetici e dei costi, lo studio dei materiali affinché se ne aumentino i cicli di vita e la performance.

A spiegare quale sia lo stato dell’arte di questa ricerca nel settore dell’arredo è Anna Pellizzari, executive director di Material ConneXion Italia: “Il settore del mobile non è ancora un settore di sbocco per le plastiche riciclate o biobased. Del milione di tonnellate di plastica riciclata pre e post-consumo solo il 9% rientra in questo ambito.

Ci sono difficoltà di ordine produttivo, ma il problema principale è che, soprattutto in Italia, il mercato è abituato a un’innovazione principalmente di stile. Le aziende preferiscono investire sulla sostenibilità dei processi che, oggettivamente, impattano più del prodotto in sé quando si parla di beni durevoli. Tuttavia”, prosegue Pellizzari, “passi avanti nell’utilizzo di plastica riciclata e biobased sono stati fatti nei processi di riciclo chimico – quelli che riportano la materia allo stato di monomero – al momento più costosi e non molto efficienti come impiego di energia, ma comunque interessanti.

E nell’utilizzo di nuovi compound, come il WPC impiegato per la sedia Odger di Ikea, che solitamente vengono estrusi per realizzare tavolati o formati per realizzare oggetti piccoli. Oggi sono disponibili materiali riciclati o parzialmente biobased che non differiscono nell’estetica dai loro omologhi standard”.

Nel 2005 Sawaya & Moroni è stato uno dei primi marchi a sperimentare, in collaborazione con Corepla, la strada del PET riciclato con una seduta in un unico stampo a iniezione, che prevede anche una versione in policarbonato trasparente riciclabile. La scelta del monomateriale agevola il riciclo post-produzione.

Ne fa un elemento estetico l’olandese Ecopixel, i cui arredi sono caratterizzati da ‘coriandoli’ di polipropilene post-consumo a bassa densità, riciclabile al 100%. Una versione eco anche per la celebre Flow di MDF Italia, realizzata con una scocca in materiale biobased caricato con fibre naturali che conferiscono una diversa colorazione: chiara se viene impiegata la fibra di faggio, scura nel caso della fibra di cocco.

Con un polipropilene proveniente al 90% da scarti industriali è prodotta invece la seduta di Alfi, design Jasper Morrison per Emeco che, già nel 2012, aveva realizzato, su disegno di Philippe Starck, una sedia in Pet da bottiglie di plastica riciclate.

Significativa l’esperienza di Kartell, nota per la sua ricerca estetica sulla plastica, che ha deciso di produrre una sedia in Biodura, un materiale ricavato da fonti rinnovabili vegetali.

“La creatività del nostro marchio”, racconta Claudio Luti, presidente Kartell, “ha mille sfaccettature: la trasparenza è una delle più conosciute, ma da sempre investiamo in innovazione tecnologica per soluzioni creative e materiali diversi.

Attraverso l’utilizzo di materie prime rinnovabili non coinvolte nella produzione di generi alimentari, abbiamo voluto affrontare la sfida dell’ecosostenibilità sperimentando per primi questo tipo di materiale nell’arredo, nello specifico nell’iniezione e nello stampaggio. Il nostro obiettivo”, prosegue, “è rendere concreta la possibilità di un arredo sostenibile in un’ottica industriale. L’economia circolare è una realtà ed è sempre più necessario progettare un prodotto pensando fin da principio al suo fine vita, creando un nuovo approccio di responsabilità e di attenzione all’ambiente. Nel 2014 Kartell ha ottenuto per le sue collezioni la certificazione Greenguard, che garantisce un prodotto controllato, non inquinante e non pericoloso”.

E conclude: “Continueremo a lavorare in questa direzione, cercando di migliorare le performance dei materiali e la loro capacità di tornare a una seconda vita dopo il riciclo”.

A spiegare quali sono le principali difficoltà nel rendere efficiente e proficuo l’uso dei materiali circolari nell’arredo è l’esperto di economia circolare Arthur Huang, fondatore di Miniwiz, uno studio di progettazione e consulenza con un brand di arredo, Pentatonic, che impiega solo materiali post-consumo: “Dobbiamo sviluppare metodi più efficienti di raccolta e smistamento dei materiali. La tecnologia dei materiali biodegradabili è ancora allo stadio iniziale. E non corrisponde alle prestazioni richieste dall’industria, in quanto il fattore biodegradabile influisce negativamente sulla durata dei prodotti.

Per me la strada è utilizzare materiali non smaltibili e trasformarli in qualcosa di bello, in modo che continuino a essere utilizzati in cicli di produzione chiusi. Un’economia circolare riduce la necessità di materiali biodegradabili. Stiamo comunque lavorando sull’utilizzo di rifiuti biodegradabili provenienti dall’industria alimentare e persino dagli insetti. In termini di concettualizzazione dell’economia circolare, l’Europa è avanti.

Tuttavia, deve ancora mettere a punto dei passaggi: lo dimostra il fatto che molta spazzatura viene spedita in Asia o agli inceneritori. Il Regno Unito e i Paesi Bassi sono i migliori nel proporre soluzioni, ma mancano le infrastrutture per perseguire queste idee”.

In questa direzione si è mosso lo studio di Rotterdam The New Raw che, per la città di Amsterdam, ha realizzato un prototipo di panche utilizzando la stampa 3D e pellet di plastica riciclata dai rifiuti comunali.

Agli svedesi Form Us With Love sono occorsi quattro anni per sviluppare la citata sedia Odger di Ikea, composta da fibra di legno e plastica (Wpc) proveniente fino al 70% dai pallet Ikea. “Il materiale ha delle buone proprietà strutturali”, racconta John Löfgren, co-fondatore e direttore creativo di FUWL.

“Grazie al supporto di un colosso come Ikea, abbiamo potuto fare molta ricerca e test, giustificabili con i previsti volumi di produzione. In termini economici”, spiega, “è importante che l’azienda sia il fornitore stesso del materiale. Per incentivare l’utilizzo di prodotti realizzati con materiali post-consumo, favorendone l’abbassamento dei costi di produzione, è necessario lavorare sulla loro percezione. L’obiettivo è che la gente inizi a interessarsi alla loro provenienza e qualità così come già fa per il cibo. L’impiego di materiali circolari è anche una questione di produzione e accesso alle informazioni”.