La teoria dello spazio

Oggetti di grande eleganza concettuale declinano nella dimensione domestica il linguaggio artistico dello spazialismo a suo tempo sviluppato
da Lucio Fontana, evocando l’astratta immanenza come valore estetico del progetto

 

di Stefano Caggiano

 

Dal punto di vista della ricerca formale, la storia del design si è sviluppata come una sorta di ‘ramo deviante’ della storia dell’arte. Il problema della gestione estetica dei manufatti materiali è infatti molto più antico della sua riproposizione in epoca industriale, quando la diffusione del prodotto fatto a macchina rese necessaria una rifondazione visiva del quotidiano.

In questo senso, la definizione anatomica dell’oggetto può essere considerata una mutazione genetica della definizione anatomica dell’opera d’arte, in cui, cambiate alcune coordinate, il problema di fondo è rimasto lo stesso: dare forma sensibile al rapporto ‘diaframmatico’ tra l’uomo e il mondo che lo circonda.

Ecco perché lo scambio linguistico tra arte e design non si è mai fermato. Dall’arte romantica alle Arts & Crafts inglesi, dall’astrattismo geometrico al razionalismo mitteleuropeo, dal futurismo al postmoderno italiano, le sperimentazioni artistiche hanno costantemente fornito al progetto nuclei di ricerca da sondare e reinterpretare con modalità adatte a essere vissute nel quotidiano.

Il rapporto tra utente e oggetto d’uso è infatti molto diverso dal rapporto ‘contemplativo’ del fruitore con l’opera d’arte. Mentre in quest’ultimo l’esperienza estetica resta a distanza, coinvolgendo principalmente la vista, nel caso dell’oggetto l’esperienza visiva gioca di sponda con una relazione più articolata, fisica e motoria, che l’utente ha con l’oggetto. Arte e design non sono la stessa cosa, anche se, a volte, si occupano della stessa cosa.

Uno degli scambi più fruttosi tra creatività artistica e progettuale, anche se forse meno noto di altri, è quello tra spazialismo e complemento d’arredo, che trova oggi nuovo vigore in una serie di oggetti dallo sviluppo anti-volumetrico analogo a quello delle post-sculture di Lucio Fontana, che filavano lo spazio come segni aperti lanciati – non a circoscrivere una materia con una forma, come la scultura tradizionale – ma a condensare su di sé lo spazio circostante, come rugiada su un filo d’erba.

Queste flussioni sottili e luminose, tenute coese dalla sola inerzia prossemica, interpretavano lo spazio rivelandone l’astratta immanenza, allo stesso modo in cui filamenti di materia aspersi nel vuoto siderale si aggrappano alla loro stessa forza di gravità per sfuggire alla dispersione senza ritorno. Rivelando così il ‘senso estetico’ del vuoto e dello spazio aperto.

È questo spirito spazialista a informare la scultura Mobile di Anne Buscher, gioco di equilibri eterei e filiformi che adorna lo spazio come un gioiello il corpo. Nell’ambito del progetto, lo stesso ruolo di punteggiatura dell’ambiente è svolto dalle lampade della collezione Essorropia di Chris Basias (CT Lights Studio).

Mentre la seduta Lunar di Lara Bohinc (designer di gioielli oltre che di complementi d’arredo) è definita con un segno deciso ma morbido, essenziale nella geometria ma privo di quel senso di sforzo ordinatore con cui il razionalismo storico squadrava la dimensione domestica. Pare anzi (e lo si vede ancor più nella consolle Celeste Vanity) un oggetto a ispirazione decò, definito dalla levità della danza piuttosto che dalla gravità della materia.

Audaci ed eleganti come i tagli che Fontana praticava alle tele sono invece i divisori Palm Screen realizzati da Julie Richoz per Casa Wabi, in Messico. Guizzi estatici disposti a solcare lo spazio nella più estrema, e delicata, delle imprese estetiche: rompere la perfezione del nulla tracciando il segno primo che, come l’orma lasciata su un manto di neve fresca, si assume la responsabilità di precipitare una potenzialità sospesa per trasformarla in forma appena nata, votata a un destino definito al posto dei tanti possibili indefiniti.

Capire lo spazio è una questione estetica, non razionale. La forma o, come in questo caso, il segno aperto ha un ruolo ermeneutico, di comprensione e interpretazione di quella che Cartesio chiamava “res extensa”. Dimensione che Cartesio, e con lui Newton, pensavano come oggettiva e neutrale mentre, come Einstein ha dimostrato, lo spazio non è indifferente alla materia che lo abita, ma ne è anzi piegato, scolpito, deformato.

Allo stesso modo, il segno spazialista reagisce con lo spazio d’arredo intagliandolo e teorizzandolo attraverso l’articolazione della sua presenza. È questo il senso ultimo della ‘teoria’, dal greco theorein che significa ‘vedere’ e ‘pensare’. Le fette di spazio sezionato della lampada Collision di Lara Bohinc, così come quelle degli specchi Riflessioni di Marco Brunori per Adele-c, sono questo: teorie estetiche (non razionali) del modo in cui le cose abitano l’estensione, modellandola e rendendola percepibile.

O, quantomeno, avvertibile: il tavolino Echo, di Bartoli Design per Laurameroni, separa con poesia chirurgica la lucidità del segno dall’opacità della materia, catturando la concreta invisibilità dello spazio all’interno della sua trappola mistica.