La casa metafisica

Prospettive così esatte da sembrare irreali e geometrie scomposte dal sapore astratto interpretano il cortocircuito tra bidimensionale e tridimensionale che caratterizza lo scenario visivo contemporaneo

 

di Stefano Caggiano

 

Gli spettri non hanno sempre abitato l’oscurità. L’idea che fantasmi e altre presenze spirituali si annidino nel buio è infatti stata introdotta solo nel Settecento, nel clima culturale del romanticismo gotico, quando gran parte della sensibilità europea si trovò ad esprimere un forte rifiuto nei confronti del razionalismo illuminista e, soprattutto, del suo braccio armato, la ‘tecnicizzazione’ del quotidiano portata avanti dalla rivoluzione industriale.

Molto tempo prima, però, nella Grecia presocratica, i fantasmi non vivevano nella mezzanotte ma nell’ora del meriggio, quando il sole è più alto e le ombre sono più corte. È infatti questo il momento in cui le cose appaiono più irreali, per l’assenza, o la riduzione ai minimi termini, del loro ‘spessore esistenziale’.

Ed è questo senso abbacinante di tempo che smette di fluire – luce mediterranea che assorbe il cielo e trasforma le cose terrene in statue di sale – che Giorgio De Chirico ha reinterpretato secoli dopo nelle scene sospese della sua pittura metafisica, mettendo in mostra oggetti familiari (un guanto, un muro, una piazza italiana) in modo da farli sembrare stranamente irreali. Ed è, ancora, lo stesso sentimento ‘metafisico’ da cui ha attinto il design postmoderno nel suo lavoro di scomposizione dell’oggetto e trasfigurazione del moderno.

Oggi questo filone viene ripreso e rinfrescato da una serie di progetti che recuperano l’uso geometrico del colore e la destrutturazione prospettica della forma, allestendo scenari oggettuali che ricordano da vicino i palcoscenici di derivazione rinascimentale, volutamente scorretti, con cui De Chirico scomponeva quel congegno ordinatore del mondo che era stato il punto di vista centrale.

È il caso, per esempio, delle architetture ‘sbagliate’ che Gaëlle Gabillet e Stéphane Villard (studio GGSV) hanno immaginato per l’installazione Palazzo Stamskin, commissionata da Serge Ferrari per l’ultimo FuoriSalone di Milano, o dello specchio Arch Floor di studio Bower per Triode.

Anche l’allestimento Lookout, pensato da Note Design Studio per mostrare le potenzialità delle pavimentazioni Tarkett, si presenta prospetticamente ‘troppo esatto’ per apparire del tutto reale, creando un ambiente che potrebbe essere l’interno di uno degli edifici che comparivano nelle Piazze d’Italia di De Chirico.

Focalizzati più sull’oggetto che sullo spazio, ma derivati dallo stesso processo di deframmentazione geometrica della forma, sono i mobili in marmo Rise realizzati da Gustavo Martini e lo specchio Ashkal di Richard Yasmine (di quest’ultimo va segnalata anche l’interessante ambientazione per lo shooting della lampada Wake UP Call, approntata in stile metafisico ma leggero come panna montata).

Mentre gli oggetti che Malmö Upcycling Service ricava dal riutilizzo di elementi di scarto pre-lavorati, e la collezione di mobili Non-Existent di studio Supaform, presentano organizzazioni formali strutturalmente ‘regressive’, assemblate cioè con frammenti elementari per così dire ‘autistici’, ciascuno dei quali riferito solo a se stesso e ignaro del tutto a cui appartiene (non c’è un ideale punto di fuga centrale attorno a cui si dispone e ordina l’insieme).

A questa ripresa di tematiche metafisiche non è estranea la commistione, tipica dello scenario contemporaneo, tra virtuale e reale, causata dalla diffusione di esperienze digitali che, pur dandosi in immagine, sono concepite per essere toccate. E con il venir meno della distinzione tra bidimensionale e tridimensionale spariscono le coordinate che fino a oggi avevano permesso di distinguere con chiarezza il reale dall’irreale, innescando così un cortocircuito percettivo visivamente raccontato dall’artista Roberto Cireddu (in arte Ciredz) attraverso installazioni come la destabilizzante Volume 2.

Un simile glitch percettivo si trova anche nella seduta Anish di Emanuele Magini per Campeggi, ugualmente in bilico tra l’essere reale e l’essere in immagine. Il progetto consiste infatti in una grande superficie grafica circolare che, pur essendo priva di estensione tridimensionale, è in grado di accogliere il corpo dell’utente, ricevendolo (o immettendolo) all’interno di un’altra dimensione: quella dimensione che si trova oltre (“meta”) l’esistenza fisica e che può essere intuita solo attraverso il déjà vu di qualcosa che non si è mai visto. Abitando il noto come fosse l’ignoto.